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Le fonti documentali medievali

I dati derivanti dalla ricerca archeologica che sono stati esposti nella sezione “Narrazioni – Archeologiche” (https://www.geamonteroduni.org/archeologiche.html) consentono di dipanare, con una certa chiarezza, un filo che inizia 400 mila anni fa e arriva fino all’età medievale.
A quest’ultima età, poi, appartengono le prime fonti documentali originali oggi disponibili che forniscono ulteriori preziose notizie sia sull’assetto del territorio di Monteroduni e sui piccoli nuclei rurali presenti nella piana che sulla formazione avvenuta, come meglio si dirà, tra la fine X secolo e l’inizio XI secolo, dell’attuale centro urbano sul colle che la sovrasta.
 
Esse sono:
 
l’Assegnazione della contea di Isernia da parte dei principi Pandolfo I Capodiferro e Landolfo III al conte Landolfo, loro cugino, del 964. È il più antico documento disponibile (foto a lato), ed è conservato presso l’archivio capitolare diocesano di Isernia. In esso viene descritto il confine della contea di Isernia assegnata al conte Landolfo, che, per quanto riguarda il territorio di Monteroduni, coincideva con il corso del fiume Volturno, quindi risaliva verso il Matese seguendo il corso del torrente Rava delle Cupelle sino alla sua sorgente, per raggiungere la località Campo Figliolo, tra Gallo e Letino. Così recita il testo in parola:
et descendente ipso flubo Volturno usque in loco ubi ei adiungitur fluvius qui dicitur Sava de quarta parte pro ipso iam dicto flubio rave… usque in serra Monte unde exit eodem fluvio, et deinde in serra de Campofolioli….
(da Domenico Caiazza, Il territorio tra Matese e Volturno, note di topografia storica, in Atti I Convegno di studi sulla storia delle foranie della Diocesi di Isernia‐Venafro, Capriati a Volturno, 1994).

Da A. Viti, Note di diplomatica ecclesiastica sulla contea di Molise 2) l’Assegnazione dei confini dell’episcopato alifano fatta dall’arcivescovo Alfano di Benevento al vescovo Vito di Alife, del 985.

Dove, anche qui, si parla anche del territorio di Monteroduni con particolari che ne consentono una possibile ricostruzione. Così recita il testo, che ha naturalmente per soggetto il confine, a partire dal monte Esere (monte Miletto), donde prosegue: usque in montem qui Gallus dicitur, deinc per descensum ipsius montis extenditurusque in fabrica muri mortui, et per eandem in flubio bulturno.

Sulla plausibile ricostruzione del limite diocesano si sono cimentati autorevoli storici locali che, comunque, concordano nel ritenere che lo stesso, dal Volturno, risaliva il Matese seguendo sempre il corso del torrente Rava delle Cupelle. Fra gli altri, citiamo lo studio di Michele Tuono, Note di topografia storica, al quale facciamo rimando, ricco di interessantissime e originali considerazioni storiche e filologiche sul territorio del comune di Monteroduni.

La Conferma della concessione del Monastero di S. Benedetto di Monteroduni del conte Ugo di Molise all’abate di Montecassino Oderisio del 1105, conservata nell’Archivio dell’Abbazia di Montecassino, con la quale Il conte Ugo di Molise appunto concede all’abate di Montecassino i due monasteri di S. Petrum in Sexto e di S. Benedictum in monte Rodoni. (vds. Don Antonio Mattei, Memorie storiche di Monteroduni, anno 1994).
È un importantissimo documento che certifica l’esistenza del monastero di S. Benedetto e la comparsa, per la prima volta, del toponimo monte Rodoni.

Formella bronzea della porta centrale della Basilica di Montecassino che elenca i possedimenti abbazziali nel XII secolo.

Il Catalogus baronum del 1152. È un registro stilato in epoca normanna che consiste in un elenco dettagliato del servizio militare dovuto dai feudatari del regno. Il registro fu iniziato nel 1150, durante il regno di Ruggero II, e revisionato per l'ultima volta nel 1168.
Per quanto riguarda Monteroduni, esso menziona i “feudi” (villaggi) di (vds. Don Antonio Mattei, Memorie storiche di Monteroduni, anno 1994):
- Coppetelle;
‐ S. Giovanni a Camposacco;
che dovevano al re un milite e un servitore, aumentabili a due militi e due servitori. Sebbene testimoni l’esistenza dei due villaggi medievali di Camposacco e Coppetelle, non fa invece menzione di Monteroduni.

La Bolla di papa Alessandro III a Rainaldo vescovo di Isernia sulla confinazione delle diocesi di Isernia e Venafro del 1172, custodita nell’archivio dell’abbazia di Montecassino, elenca le chiese e località appartenenti alla diocesi di Venafro (vds. Don Antonio Mattei, Memorie storiche di Monteroduni, anno 1994). Fra queste menziona S. Giovanni di Coppetelle.

Copia del 1625 del Privilegio di Lucio III (anno 1182) conservata presso l’Archivio Capitolare Diocesiano di Isernia – Da A. Viti, Note di diplomatica ecclesiastica sulla contea di Molise

Il Privilegio di papa Lucio III a Rainaldo vescovo di Isernia del 1182, di cui è conservata una copia del 1625 (vds. Don Antonio Mattei, Memorie storiche di Monteroduni, anno 1994) presso l’archivio capitolare diocesano di Isernia. In tale documento (foto a lato) sono menzionati:
 
- In Copperellis plebem S. Joannis;
 
- In Camposacco, plebem S. Joannis;
 
- In Monte Odonis plebem S. Angeli;
 
- In Camposacco Ecclesiam S. Andreae;
 
- In monte Rodano Ecclesiam S. Nazarii.
 
Il Libro delle decime dell’anno 1309, nel quale sono elencate le chiese soggette alla decima sessenale nella diocesi di Isernia nell’anno 1339. Per quanto riguarda Monteroduni, sono elencate le seguenti chiese (Da “Rationes decimarum Italiae, Aprutium Molisium”, a cura di P. Sella, Città del Vaticano, 1936):



Copia del 1625 del Privilegio di Lucio III (anno 1182) conservata presso l’Archivio Capitolare Diocesiano di Isernia – Da A. Viti, Note di diplomatica ecclesiastica sulla contea di Molise 4 Dalle sopra elencate fonti emerge un quadro che vede il territorio di Monteroduni, intorno all’anno mille, ricadere nella diocesi e nel gastaldato longobardo di Isernia. In quel Le diocesi di di Isernia e Venafro nel XIII-XIV secolo, da Rationes decimarum Italiae – Molisium periodo, durante il quale vi erano strettissimi legami di interesse tra il potere temporale e il potere ecclesiastico, i limiti diocesani e dei gastaldati, ricalcando gli antichi confini dei municipi romani, correvano lungo segni naturali quali fiumi, corsi d’acqua e crinali di montagna. Così, il limite della diocesi e del gastaldato di Isernia, poi diventato contea con i Normanni, corrispondeva, per la parte che interessava Monteroduni, con il fiume Volturno e con il corso della Rava delle Cupelle. Più precisamente, il corso del Volturno segnava il confine con i possedimenti della diocesi di Venafro e dell’abbazia di San Vincenzo, i cui monaci comunque conservano interessi anche per le limitrofe terre della sponda meridionale del Volturno, mentre quello della Rava delle Cupelle, successivamente spostato sul crinale dei monti matesini tra Monteroduni e Capriati, segnava il confine con la diocesi e il gastaldato di Alife. Nella piana di Monteroduni, poi, sempre intorno al mille, erano presenti i villaggi di Coppetelle e S. Giovanni a Camposacco, e, come hanno dimostrato gli scavi del 2001 in località Socce,5 anche di qualche altro nucleo più piccolo di tipo vicanico sorto intorno alle preesistenti ville rustiche romane o intorno alle diverse chiese a carattere rurale come S. Andrea sempre a Camposacco, S. Nazario, S. Benedetto a Vallelunga, S. Maria in Altissimis, la Tricora a Ponte Latrone. Un altro dato rilevante che emerge dalla lettura delle fonti è che la parte settentrionale della piana di Monteroduni era percorsa dalle importanti Via Latina e Via Francisca, rispettivamente le antesignane delle odierne S.S. 85 e S.S. 158. Quest’ultima strada, infatti, portava da S. Vincenzo a Capua, e incrociava la Via Latina nell’area compresa tra il fiume Volturno e il torrente Triverno. Per l’attraversamento dello stesso Volturno, erano stati costruiti ben due ponti. Il primo nell’odierna omonima contrada Francesca del comune di Pozzilli, corrispondente con la monterodunese località “Reppa della Lucina”, dove sono ancora presenti nel letto del fiume i resti di un ponte romano, e il secondo in località Campo la Fontana, a confine con il comune di
 
Capriati, dove pure sono presenti gli imponenti ruderi del Ponte Latrone. Ultimo dato importante che si torna a sottolineare, è la comparsa, per la prima volta nel 1105, del toponimo monte Rodoni nella Conferma della concessione del Monastero di S. Benedetto di Monteroduni del conte Ugo di Molise all’abate di Montecassino Oderisio. Tuttavia, lo stesso toponimo non è riportato nel normanno Catalogus baronum del 1152, che delinea la nuova organizzazione territoriale compiuta dai normanni, e viene invece di nuovo riportato nel Privilegio di papa Lucio III a Rainaldo vescovo di Isernia del 1182 con la dicitura “In Monte Odonis plebem S. Angeli”, dove il termine plebem, che indica una “comunità di fedeli”, conferma l’avvenuta formazione del nucleo
 
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